A Sabrina, unica vera mia grande passione.

Introduzione al pensiero di don Lorenzo Milani

Il 16 febbraio 1965 in una lettera alla mamma don Milani così scrive: "Sto scrivendo una lettera ai cappellani militari in risposta a quel loro discorso apparso sulla "Nazione" del 12 febbraio. L'hai vista. Spero di tirarmi addosso tutte le grane possibili. [...]".
Mai simile desiderio fu rispettato così alla lettera. Don Milani si butta a capofitto nella mischia tenendo una lezione magistrale ai suoi ragazzi di Barbiana sui concetti e la vera realtà di patria, di guerra, di pace e di libertà. Questa lezione fu riassunta per iscritto ed intitolata: Lettera ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell'11 febbraio 1965.
Ancora una volta si scatenò un putiferio attorno al priore di Barbiana. Ebbe a scrivere don Milani di se stesso: "Severamente ortodosso e disciplinato e nello stesso tempo appassionatamente attento al presente e al futuro. Nessuno può accusarmi di eresia o di indisciplina. Nessuno d'aver fatto carriera. Ho 42 anni e sono parroco di 42 anime!".
La Lettera ai cappellani... fu stampata sotto forma di volantino e fu pubblicata interamente solo dal settimanale del PCI Rinascita e anche per questo motivo don Milani ebbe notevoli difficoltà tanto che fu presentato come un "prete comunista"; don Bensi, amico e padre spirituale di don Lorenzo, dirà che l'articolo era stato scritto anche e soprattutto per la stampa cattolica, che però non l'aveva pubblicato.
Non è esatto presentare don Milani come 'il prete che difende gli obiettori' o 'il prete pacifista'; l'obiezione di coscienza non è stata per lui che lo spunto per un discorso più ampio. Ma qual è questo discorso più ampio?
Partendo dalla Costituzione (don Milani volutamente non affronta il discorso evangelico: "Non voglio...riferirmi al Vangelo. E' troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa") e precisamente dagli artt. 2 e 52 egli sviluppa il concetto di guerra nell'ultimo secolo a cui è stato chiamato il popolo italiano e il concetto di Patria.
Con questo metro vengono misurate le guerre a cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia. Una critica serrata per concludere che tutte le guerre sono state di aggressione e che i poveri hanno difeso la Patria, ma non la loro, bensì quella delle classi dominanti. Urgeva allora che i cappellani militari educassero i nostri soldati all'obiezione più che all'obbedienza, tante sono state le volte in cui avrebbero dovuta esercitarla per il bene della Patria. L'obbedienza deve passare attraverso la coscienza e non può essere "cieca, pronta, assoluta". Il soldato diventerebbe una macchina e rinunzierebbe alla sua ragione e ai suoi princìpi morali.
Come non ricordare l'inquietante scritto di Bertolt Brecht:
"Generale, il tuo carro armato è una macchina potente spiana il bosco e sfracella cento uomini. Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante, ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico.
Generale, l'uomo fa di tutto. Può volare può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare!".
Don Milani un uomo, un prete senza compromessi, senza ipocrisie, senza paura come ebbe ha dire un giorno: "Non si può volare come farfalle; non dobbiamo aver paura di sporcarci".
Come prete anche io, tra le tante cose, con un'inquietudine riferita anche al presente mi domando: come mai dei molti fratelli nel sacerdozio solo pochi abbiano levato la voce in sua difesa.

sac. Bruno Misuracchi