Ill.mo Signor PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE I sottoscritti, ex combattenti, profondamente e dolorosamente feriti nel loro più sacro patrimonio ideale di cittadini e di soldati, espongono alla S.V. Ill.ma per un meditato, alto, sereno giudizio, i seguenti fatti: Mesi addietro la Suprema Corte di Cassazione, interprete come non mai non solo del diritto, ma altresì della genuina coscienza nazionale, respingeva il ricorso di padre Ernesto Balducci contro la condanna comminatagli dalla Corte di Appello di Firenze per l’esaltazione dei cosiddetti "obiettori di coscienza"; quella decisione incontrava l’assenso dell’opinione pubblica e specialmente quello degli ambienti combattentistici. Il giorno 11 febbraio, anniversario della Conciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, i cappellani militari della Toscana votavano all’unanimità il seguente ordine del giorno: "I cappellani militari in congedo della regione Toscana nello spirito del recente congresso nazionale dell’Associazione svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i Caduti per l’Italia, auspicando che abbia termine finalmente in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale di Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi Caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, e espressione di viltà". Come Ella può constatare, signor Procuratore, era un documento sobrio, estremamente efficace, tutto pervaso di genuino sentimento cattolico e di fervido amore per l’Italia, per quella Italia che tali nostri sacerdoti e commilitoni hanno servito umilmente in pace ed in guerra, stando sempre e coraggiosamente vicino a noi nell’ombra del pericolo, e confortando l’estremo, tragico trapasso di tanti e tanti Caduti, od addirittura sacrificandosi nell’adempimento del loro arduo e nobile compito di fede e di amore. L’ordine del giorno dei cappellani fu riportato dalla stampa non solo locale ma anche da quella nazionale, e venne calorosamente sottolineato il fatto che da Firenze partivano non solo voci incitanti alla viltà ed all’autentico tradimento, ma anche moniti precisi alla pacificazione, alla concordia, al senso del dovere. Purtroppo, a brevissimo lasso di tempo, non solo i cappellani militari, ma tutti i parroci della diocesi e della provincia, ricevevano per posta una lettera stampata e firmata di don Lorenzo Milani, attualmente parroco a Barbiana di Vicchio di Mugello. Grave era il turbamento del loro spirito, ma l’intima loro pena non era che agli inizi. Infatti il predetto Milani, non soddisfatto evidentemente di aver offeso e turbato la coscienza e la dignità di coloro che pur dovrebbe considerare propri confratelli di fede e di carità, dava la massima pubblicati al proprio scritto, prima attraverso interviste e poi con la pubblicazione integrale di esso nel numero della rivista settimanale "Rinascita", che qui viene accluso. La lettura di tale articolo suscita in noi, e siamo certi anche in Lei, illustre Magistrato, un senso che e di ribellione, ma che e anche di autentica pena e di compatimento, giacche ci ricorda, con un solo lieve mutamento, la parola del Redentore: "Perdona loro perché non sanno quello che essi dicono". Sottolineiamo, stralciandone dal contesto, alcune espressioni più caustiche, più dure, più crudamente offensive: "Allora vi dirò che io non ho Patria" ... "Se vedremo che la storia del nostro esercito e tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri... e poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?" ... "Urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che all’obbedienza" ... "Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d’Italia un monumento come eroe della Patria" ... "La guerra seguente 1866 fu un’altra aggressione " ... "Poi siamo al ‘14. L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata" ... "Battisti era un patriota o un disertore?" ... "Quelli che parlavano come parlate voi, disonorano anche la Chiesa " ... "Oltre a tutto, la Patria, cioè voi, vi paghiamo e vi abbiamo pagato anche per questo" ... "Poi per grazia di Dio ]a nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato" ... "E in tanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto S. Pietro" ... "Si sono sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando ogni altro nobile ideale umano". La pubblicazione della lettera - articolo suscitava l’indignata e giustificatissima reazione delle Associazioni d’Arma di Firenze, che, riunito il proprio Comitato d’Intesa la sera del giorno 10 marzo, votavano all’unanimità il seguente ordine del giorno: "Esprime ai cappellani militari della Toscana la propria profonda gratitudine per l’ordine del giorno da loro votato lo scorso 11 febbraio, e che riassume nobilmente i principi più ti di fedeltà all’eterno amore di Patria e di giusta condanna agli obiettori di coscienza che rivelano la loro congenita viltà; lamenta gli spregevoli attacchi mossi ai cappellani stessi da un sacerdote attraverso una certa stampa; ravvisa in tale proditorio attacco gli estremi inconfutabili dell’incitamento alla diserzione, di vilipendio alle FF. AA., e richiama su tali autentici reati la doverosa attenzione della competente Autorità Giudiziaria". Le tesi di don Milani, infatti, esprimono nel loro complesso una radicale e totale condanna di un secolo di storia italiana; salvano soltanto un breve periodo di meno di due anni, periodo che ha avuto le sue luci e le sue ombre, i suoi eroismi ed i suoi sacrifici, e ciò certo da entrambi i lati della sanguinosa barricata, ma anche andrebbe non dimenticato, ma superato dalla necessita della civile concordia, del rispetto reciproco, della pietà per tutti i Caduti. La malafede dell’estensore, il preciso obiettivo di gettare manate di fango su quella che e stata la passione, la volontà, il sacrificio di un popolo che voleva da schiavo risorgere ad unita, e di ingiuriare l’Esercito Italiano, che di tale storia e stato il meraviglioso protagonista, balzano più che evidenti da tutto il suo scritto, e la sua interpretazione degli eventi storici appare completamente falsa. Prendiamo il solo esempio della prima grande guerra, quella che il surricordato Milani definisce come "Aggressione all’Austria"; essa era invece e resta una pagina del nostro Risorgimento nazionale ed aveva l’obiettivo non certo di calpestare un altro popolo, ma di liberare i nostri fratelli giuliani, dalmati e trentini, italiani per tradizione, per lingua, per storia, per sangue ed anelanti a veder realizzato il profetico verso del Poeta divino: "... a Pola presso del Carnaro, che l’Italia chiude i suoi termini bagna". I nostri soldati, tenaci, pazienti, ammirevoli, sono invece presentati come degli incoscienti, degli sprovveduti, incapaci di discernere la giusta via ed "avvelenati" dalla propaganda. Basterebbe, rimanendo sempre sul terreno della Storia oggi non contestata, sottolineare che lo stesso nemico austro - tedesco ha scritto nei suoi volumi il più bell’elogio del piccolo, pugnace fante italiano; come e concepibile tanto eroismo senza l’intima persuasione di lottare e di soffrire per un nobile ideale? Ed è perciò, signor Magistrato, che i sottoscritti ritengono che i fatti e gli scritti sovraesposti configurano gli estremi di reato chiaramente previsti dalle vigenti disposizioni del Codice Penale e che, pertanto, sporgono formale denuncia contro l’autore dell’articolo, don Lorenzo Milani, e contro il direttore della rivista "Rinascita", perché la S. V. possa procedere nei loro confronti a norma di legge. Altra denuncia sporgono contro i firmatari della lettera pubblicata sullo stesso numero di "Rinascita" e recante il titolo "Non è viltà l’obiezione di coscienza". Siamo certi, illustre signor Procuratore, che Ella vorrà ripristinare, attraverso la Sua azione di Magistrato, il diritto offeso. Tale nostra denuncia non e provocata da un sentimento di rancore, ma solo dal perenne rispetto che sentiamo di dovere ai nostri inobliabili Caduti, per la memoria dei quali noi sopravvissuti ricordiamo l’aureo ed ammonitore verso di un genio della poesia italica, le cui ceneri riposano qui in Firenze nel Tempio di S. Croce: "Ove fia santo e lacrimato il sangue per la Patria versato". Con viva deferenza. |



